Speciale Giornata della memoria

«Son morto ch’ero bambino, son morto con altri cento…». Il capannone era pieno di bambini, tutti in riga. Clary era l’ultima e osservava il dott. Mengele che li passava in rassegna velocemente e con il suo indice ne indicava alcuni. Era così diverso dal nonno, anche lui medico. Non indossava un camice ma una divisa delle SS e portava un paio di guanti bianchi. Clary fu indicata dal dito inguantato dell’uomo e venne portata all’esterno con tutti gli altri bambini scelti.
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Non stava benissimo Hans, il nuovo incarico ricevuto lo rendeva per qualche motivo agitato. Si trattava di un lavoro semplice, doveva solo controllare quei mocciosi ebrei che uscivano dal capannone e, una volta raggiunto il numero stabilito, accompagnarli con altri due colleghi a “fare la doccia”. Era il secondo giorno che svolgeva questa mansione e se da un lato non rimpiangeva per niente il precedente lavoro con gli ebrei adulti, dall’altro provava un senso di fastidio nel chiudere quei piccoli sbarbatelli nelle camere a gas. Era turbato.
Come se non bastasse, stavolta i bambini ad Hans sembravano davvero troppi. Quando tutti entrarono spinse la porta sigillata ma non riuscì a chiuderla. In più qualche mocciosetto aveva intuito che lì dentro non avrebbero fatto la doccia e aveva iniziato a piagnucolare spaventando tutti gli altri. Hans tentò di spingere dentro gli ultimi che bloccavano la chiusura. Nel farlo ne afferrò per il braccio uno, solo allora abbassò lo sguardo e li vide. Vide due occhi pieni di lacrime guardarlo in silenzio e implorare aiuto. Due occhi che conosceva e che aumentarono il suo senso di disagio.
Clary era schiacciata con forza contro gli altri bambini. Era rimasta l’ultima della fila e sembrava non esserci spazio per lei. Guardò l’uomo che la spingeva e lui ricambiò lo sguardo. Sentì nella mano dell’uomo un attimo di esitazione. Subito dopo venne tirata fuori velocemente e la porta si chiuse davanti ai suoi occhi.
Era il 1929 e il giovane Hans si trovava nella sala del dott. Rosembaum. Aveva il fiatone e il cuore gli batteva a mille. Era arrivato lì con la sorella Kristen in braccio ed ora aspettava il proprio turno. Il sig. Rosembaum era un dottore ebreo e aveva un’ottima reputazione. La sala era piena zeppa, a Berlino in quel periodo non mancavano certo i malati. Kristen aveva la febbre altissima da ormai una settimana e Hans era disperato: si occupava lui della sorella dopo la morte dei genitori. Quando arrivò il loro turno Kristen dormiva da qualche minuto. Si stupì quando il dott. Rosembaum li respinse indietro dicendo di rientrare quando la piccola si fosse svegliata. Hans aveva fiducia in quell’uomo e si risedette, seppur contrariato, in sala d’attesa. Andò su tutte le furie quando qualche ora dopo una vecchietta di fianco dopo aver fatto una carezza a Kristen gli disse con le lacrime agli occhi che era morta. Non perdonò mai quel dottore e qualche anno dopo, quando Hitler iniziò a parlare di pulizia etnica, si arruolò volontario nelle SS.
Ora rivide negli occhi della bambina ebrea la stessa espressione che aveva Kristen prima di morire. Capì perché era turbato. Tutti quei bambini avevano gli stessi occhi di sua sorella.
«…passato per un camino e ora sono nel vento». Clary è ormai vecchia. Sono passati settant’anni da quando quell’uomo la tirò fuori dalla camera a gas e non se ne spiega ancora il motivo. Dopo la guerra si è sposata con un italiano e abita a Roma ormai da tanto tempo. È il giorno della memoria e stanno passando alla radio Auschwitz di Francesco Guccini. Guarda la pronipote giocare e gli viene in mente quando lei piccina giocava ai piedi del nonno. Grazie a lui Clary era diventata medico pediatra: voleva curare i bambini. Le era rimasto impresso il viso di suo nonno rigato dalle lacrime quando raccontava di quel giorno in cui non ebbe il coraggio di dire a un ragazzo che la sorella fosse morta.

Il racconto appena letto ha partecipato al premio organizzata dall’Ersu Catania. Come è successo già in precedenza per questo post, è stato pubblicato qui solo per farlo leggere. L’elaborato non doveva superare le 4000 battute spazi inclusi, la storia però meriterebbe molto più spazio. Se piacerà è possibile che in futuro venga ampliata

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II Pasqua elledielliana

È successo di nuovo!

È già stata spiegata QUI la singolare ricorrenza che ogni tanto bisognerà sopportare tra le pagine di questo blog.

L’augurio era quello di festeggiare questa Pasqua il meno possibile ma ahimè, ahivoi….ahinoi, e risuccesso. È risuccesso che la fragile anima del blogger si è fatta sopraffare da altre anime più potenti. Anime bastarde, anime parassite. Sono l’anima del cazzaro, l’anima del “ma si domani scrivo qualcosa” e soprattutto l’anima dell”IPad”. Già, soprattutto quest’ultima è particolarmente subdola. Ti fa comprare questo aggeggio infernale e ti convince che grazie a lui da qual momento in poi scriverai giorno e notte, perché ce l’hai sempre con te, perché puoi scrivere disteso, puoi scrivere in piedi, puoi scrivere a casa, puoi scrivere fuori, puoi scrivere sempre, ovunque e comunque.

E invece non è vero!

Presto ti accorgi che se non sei davanti a una scrivania, seduto su una sedia (magari un po’ scomoda) non puoi scrivere. Si, altrove scrivi appunti, scribacchi pensieri, posti qualcosa nei social network (altra anima bastarda quella dei social network!) ma non scrivi nulla di cui sei pienamente soddisfatto.

Un antidoto c’è per l’anima dell’IPad ed è la tastiera dell’IPad. Con quella riesci a riprodurre in piccolo il familiare Pc con il quale tanto hai scritto in passato e riprendi gradualmente la tua amata e abituale abitudine.

Auguri a tutti dunque per questa II Pasqua elledielliana e a fra poco per il primo post post-IPad.

Recalcati. La voce interista su Balotelli.

Su questo blog non si è mai fatto giornalismo, nel senso che non si sono mai riportate notizie. Fin ora il blog è stata il rifugio di pensieri, commenti su quello che più mi faceva pensare e riflettere.
Non cambierà oggi il fine di Elledielle, ma è capitato di avere il commento a caldo di un illustre tifoso interista sulla notizia calcistica del giorno e ho trovato la cosa molto curiosa.
Da quando il Milan, infatti, ha iniziato a trattare Balotelli ho pensato: come la prenderanno gli interisti? E pensavo al giorno in cui al Milan esplose il talento di Pato. Allora Moratti si affrettò a dire “loro hanno Pato, noi Balotelli” (qualcuno rise, perché Balotelli allora non era ancora Balotelli).
E oggi? In un mese Pato è andato in Brasile come un giocatore qualunque e il Milan ha acquistato Balotelli cercando di fare il salto di qualità, e magari far fare il salto nei sondaggi elettorali al patron Berlusconi.
Cosa ne pensa, dunque, un interista? L’ho chiesto a Christian Recalcati voce interista nelle “telecronache del tifoso” di Mediaset Premium. Ecco la sua risposta: “Balotelli è un pugno al cuore per ogni tifoso interista. Lo abbiamo criticato, lo abbiamo venduto col sorriso, e ora?”.
E poi arriva la critica alla società, forse dovuta alla paura di un aggancio in classifica imminente del Milan, che sembrava clamoroso a inizio stagione: “la dirigenza deve rispondere a questo colpo, perché il terzo posto é sempre più distante. Balo, Niang, El Sharaawy: il vero Progetto Giovani é dipinto sull’altra sponda del naviglio”.
Gli interisti si lamentano, la Juve ha fatto un’azione di disturbo nelle ultime ore: non é che il Milan inizia a fare paura?
Non so perché ma vorrei chiedere un parere anche a qualche montiano o bersaniano.

Sicilia, tra speranza e disillusione

Si è svolta pochi giorni fa a Catania, presso l’aula magna di Palazzo Centrale, in P.zza Università, la seconda edizione del Premio Letterario Luigi Pirandello, organizzata dall’ERSU con il patrocinio dell’Università di Catania. Il tema che i partecipanti dovevano elaborare era “Il Risorgimento in Pirandello e nella letteratura siciliana da Verga ai nostri giorni”. L’elaborato non doveva superare le 4000 battute spazi inclusi. Alla cerimonia di premiazione ha partecipato l’attore Leo Gullotta che ha letto i due elaborati vincenti.

I miei personali complimenti all’Ersu per questa e altre iniziative degne di lode e soprattutto alle due vincitrici e ai ragazzi che hanno ricevuto una menzione speciale.

Ne approfitto per riportare di seguito il mio elaborato, con l’unico obbiettivo di farlo leggere: per chi scrive non c’è nulla di meglio dell’essere letto.

Sicilia, tra speranza e disillusione

Si parla spesso dell’arretratezza del sud e quindi della Sicilia ma a ben vedere la Sicilia ha da sempre rappresentato l’avanguardia politica e sociale dell’Italia intera. Il Risorgimento è solo uno, forse il più importante, dei processi socio-politici che ha avuto bisogno della Sicilia per propagarsi al resto della nazione. Basta ricordare il recente fenomeno Grillo o la liberazione dal regime nazifascista con lo sbarco degli alleati proprio sull’isola  Lo stesso Mazzini diceva: “Se si muove la Sicilia, si fa l’unità d’Italia”.

Il Risorgimento in Sicilia non poteva certo non essere trattato in letteratura nella quale, però, l’euforia per il nuovo che avanza lascia il posto alla rassegnazione per il fallito cambiamento. Ne I Viceré un esponente della famiglia degli Uzeda esclama esplicitamente: “Quando c’erano i viceré gli Uzeda erano viceré, ora che abbiamo i deputati, lo zio va in Parlamento”. In Libertà di Verga, invece, a parlare è un contadino che al cambiamento ci credeva: “Dove mi conducete? In galera? Oh perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c’era la libertà!”.

Il romanzo di Federico De Roberto e la novella di Verga rappresentano due opposti punti di vista che traggono le stesse conclusioni. Da una parte il trasformismo degli aristocratici che avendo capito l’impossibilità di arrestare il processo unitario lo appoggiano per conservare il potere (seppur in altre forme). Dall’altra il popolo contadino che accoglie “Canibardi” (così i siciliani chiamavano Garibaldi) come un eroe e crede vivamente nella sua promessa di divisione della terra ma che si ritrova tradito nel momento il cui le promesse devono essere mantenute.

La letteratura siciliana denuncia, dunque, il fallimento del Risorgimento e smaschera il piano aristocratico che Tancredi rivela ne Il Gattopardo: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

Se Verga e De Roberto puntano il dito contro la vecchia casta, che è riuscita a mantenere il potere, Luigi Pirandello accusa chi ha partecipato con entusiasmo al processo di unità e si è poi dimostrato incapace di valorizzare l’Italia unita: il fallimento del Risorgimento un po’ come il fallimento del Sessantotto, due grandi mobilitazioni di masse rimaste, ai fatti, incompiute. A farne le spese è chi in questi grandi movimenti rivoluzionari non può non crederci, soprattutto per motivi anagrafici. È il caso di Don Paranza nella novella Lontano che “aveva combattuto per questa cara patria, e s’era rovinato”. A questo riguardo, Pirandello scrive: “una sola, veramente, era stata la bestialità di Don Paranza: quella di aver avuto vent’anni, al Quarantotto. Se ne avesse avuto dieci o cinquanta, non si sarebbe rovinato”.

La delusione risorgimentale la si trova anche in Camilleri. In Un filo di fumo si trova questo breve dialogo:

«Quando Garibaldi sbarcò a Marsala lo sa quanti telai avevamo in finzione qua in Sicilia?».

«No».

«Glielo dico io: circa tremila. E lo sa quanti ne restavano in funzione dopo l’unità?» […] «Meno di duecento, egregio signore».

Un Risorgimento visto, pertanto, come illusione, come abbaglio. L’unità è stata imposta in Sicilia dall’alto e non è stata altro che l’ennesima occupazione degli stranieri, che stavolta erano i piemontesi. L’euforia popolare nei confronti di Garibaldi chiamato anche “zì Peppi”, come ricorda Sciascia ne La morte di Stalin, era solo dovuta alla speranza contadina di migliorare le proprie condizioni sociali, indipendentemente dall’unità d’Italia.

L’On. Consalvo ne I Viceré afferma: “La storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi”. C’è da augurarsi che la fiducia che oggi molti siciliani hanno riposto verso un nuovo “straniero” disceso sull’isola, anch’esso barbuto, anch’esso dispensatore di speranzose promesse, anch’esso voglioso di partire dalla Sicilia per conquistare il resto d’Italia, non venga tristemente tradita.

Lettera aperta a Francesco Guccini

Caro Francesco Guccini,

intanto scusa se ti diamo del tu, ma non ne possiamo fare a meno, ti abbiamo sempre conosciuto. Per noi, a seconda dell’età, sei un fratello, uno zio, un nonno.

Scusa anche il “noi”, non è plurale maiestatis. Chi scrive è sicuro che questa lettera te la vorrebbero inviare in molti.

Il motivo della lettera lo immaginerai, non saremo i primi a dirtelo. Solo che non ci capacitiamo del fatto che non farai più concerti. Che avresti fatto l’ultimo disco già lo avevamo assimilato, malamente ma lo avevamo assimilato. Ma l’ultimo concerto, no.

Non stiamo a girarci intorno. Ti chiediamo solo di essere conformista per una sola volta. Ti abbiamo sempre apprezzato per la tua coerenza, per la tua schiettezza, per la tua semplicità. Non c’è stato mai bisogno di vederti con giubbotti di pelle, non abbiamo mai voluto un palco con mille effetti speciali, non ci è mai interessato nulla se i tuoi concerti sono iniziati e finiti tutti allo stesso modo. Ci sono bastate le tue canzoni e i tuoi racconti tra una canzone e un’altra.

Ma per una volta, Francesco, fai come avrebbero fatto tutti. Uno solo. Un ultimo concerto. Almeno sappiamo che sarà l’ultimo. Non tutti hanno avuto la fortuna di vederti il 3 dicembre a Bologna e chi ce l’ha avuta non se l’è goduta fino in fondo e sappiamo il perché.

Tu dirai che “non sei più quello e non hai più il coraggio di veleggiare su un vascello morto” e noi lo capiamo. Sappiamo che fare concerti è pesante, sappiamo che dietro c’è un lungo lavoro, sappiamo che gli anni passano e nemmeno la voce è sempre la stessa. Tutto questo lo sappiamo e per questo abbiamo accettato in silenzio l’ultimo struggente album: solo tu potevi fare delle canzoni cosi consapevoli e cosi dure, perfino troppo. Di certo non sei il tipo che và in giro dicendo che ti senti come quando vent’anni.

Ma pensa. Non è un peccato aver scritto un brano come L’ultima Thule e non cantarlo dal vivo? Promettiamo di non chiederti L’avvelenata (certo però che se la facessi…). Non vogliamo niente di diverso, ma solo il nostro classico racconto che inizia con Canzone per un’amica, passa per Amerigo, attraversa Autogrill e arriva fino a La locomotiva (lo sappiamo che è lunga è pesante, ma la cantiamo noi).

Dai Francesco facci un regalo.

Si è sempre parlato di Piazza Maggiore ma ci accontentiamo anche di un garage. Non ti vogliamo mica in piedi, mettiti seduto come ai vecchi tempi.

Abbiamo premesso subito che ti conosciamo ormai da tempo e proprio per questo siamo convinti di non riuscire a convincerti. Si capisce quanto un fratello non ha più voglia di giocare insieme a te, quando uno zio si scoccia a raccontarti sempre la stessa storia o quando un nonno è stanco e vuole andare a fare il riposino pomeridiano. Ma non si smette mai di cercare di convincerli i fratelli, gli zii, i nonni. E non ci stancheremo mai di chiederti un ultimo concerto anche se sappiamo che è tutto inutile.

Grazie di tutto.

E… “con voce sognante: ci piaccion le fiabe raccontane altre”.

P.S.

Nel caso ci ripensassi. Non ci lamenteremo nemmeno della scomoda posizione in cui ci hai costretti a stare in tutti i tuoi concerti.

Ma pensa se le canzonette me le recensisse….

…Roland Barthes? No. Pensa se le canzonette te le recensisse elledielle.

Dopo Francesco De Gregori, ecco la recensione de L’Ultima Thule di Francesco Guccini. L’album per tutto quello che si porta dietro (ovvero tutto Guccini) in realtà non sarebbe “recensibile”.

Sempre da Dietrolequinteonline.it, ecco QUI il link

Sulla strada di De Gregori

https://i1.wp.com/www.nuovecanzoni.com/wp-content/uploads/2012/11/Francesco-De-Gregori.jpgNon manca la buona musica in questo periodo. O meglio, non manca la musica di quelli che la buona musica l’hanno fatta di sicuro in passato e cercano di farla oggi. In altre parole non manca la musica dei grandi cantautori.

Se si fa un salto nei negozi di dischi si trova l’abum di Franco Battiato, l’omaggio a Giorgio Gaber, l’ultimo disco di Francesco De Gregori e l’addio alle scene di Francesco Guccini.

Chi scrive ha recensito Sulla strada di Francesco De Gregori per il sito dietrolequinteonline.it.

Per leggerla cliccare QUI!