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Breve Saggio Breve: “La vita non dura due vite”

Da oggi nasce una nuova rubrica all’interno del blog. Una rubrica che segue da vicino l’obbiettivo di questo portale, ovvero quello di “riavere” indietro attraverso le parole, i pensieri, le opinioni ciò che il mondo ci deve. “Il mondo mi deve alcune cose. Ecco tutto”, il blog parte da questa frase pronunciata da un personaggio di Kerouac e da quella frase continua a prendere spunto.

Breve Saggio Breve vuole essere appunto una raccolta di saggi: il doppio “breve” vale sia per la lunghezza dei saggi, sia per la tipologia (saggi brevi appunto). 

Magari vi starete chiedendo o vi chiederete (ma comunque ve lo dico lo stesso) da cosa si distingue il contenuto della rubrica rispetto al resto del blog. Se tutti gli altri post nascono da spunti di riflessione su argomenti di opinione pubblica, nella rubrica ci saranno spunti di riflessione più personali che non hanno alcun legame con l’attualità, sia essa di cronaca, sportiva, musicale, ecc…

Ecco, dunque, il primo numero di “Breve Saggio Breve”.

 

 

La vita non dura due vite. L’autore dell’aforisma non è un filosofo, non è un poeta, non è una scrittrice, non è un cantautore. E il contesto in cui è detto non è una lezione universitaria, una conferenza, un dibattito culturale. È una frase pronunciata da un’amica (tra l’altro non nuova a queste perle di saggezza) in una normale serata di fine estate. Ma è una di quelle frasi che ti rimangono in testa e ti fanno pure pensare.

L’argomento è: l’età giusta per metter su famiglia considerando i tempi di studio, di ricerca di lavoro e di maturità raggiunta per una scelta cosi importante. Il discorso, dunque, non è per niente originale. La conclusione invece sì.

“La vita non dura due vite”. Senza dubbio e senza esagerare la frase è di una potenza comunicativa unica: l’avesse detta Jim Morrison o Pablo Neruda sarebbe uno degli aforismi più citati. È ancora più efficace dei versi di Petrarca, “la vita fugge e non s’arresta un’ora”, o delle parole di Seneca, “la vita è breve, evitiamo dunque programmi troppo estesi”.

Ma è vero quello che esprime? Specialmente nel contesto in cui è stata pronunciata?

Che la vita è breve e il tempo vola lo sappiamo tutti. Ma oggi è possibile completare il percorso di studi scelto, trovarsi un lavoro, godersi finalmente l’indipendenza prima di fare il passo decisivo di creare una famiglia? E tutto questo nell’arco di una vita, non di due.

Partiamo dal presupposto che la famiglia è possibile crearla anche prima di aver completato gli studi, o che gli studi si possono pure non iniziare affatto: insomma che ognuna delle tappe dette sopra è soggettiva. Detto questo non v’è dubbio però che, volendo, quelle sono delle tappe assolutamente percorribili.

Partiamo dall’ultima: mettere su famiglia. Consideriamola come cosa a sé, indipendentemente dalle altre tappe, e valutiamo quali sono le condizioni ideali per far si che un uomo e una donna decidano di creare un nucleo familiare. Innanzi tutto bisogna che i due abbiano la giusta maturità per compiere un passo cosi importante che prevede, in un prossimo futuro, anche la responsabilità di diventare genitori. Secondariamente da quel momento in poi l’uomo e la donna devono (o dovrebbero) ragionare uno in funzione dell’altro: se da single o da fidanzati si deve rispondere quasi esclusivamente solo a se stessi e il parere degli altri rimane solo un parere, da sposato, o convivente (sul significato di famiglia magari se ne parlerà un’altra volta), l’opinione dell’altro diventa decisiva e può portare anche a rinunce, e quindi oltre alla maturità e indispensabile pure una buona dose di disposizione al sacrificio personale per il bene del gruppo-famiglia. Infine, sarebbe opportuna la tanto desiderata “sicurezza economica”: magari non un ingrediente fondamentale per formare una famiglia ma un condimento che rende più gustoso il piatto.

Andiamo alla tappa più discussa: godersi l’indipendenza. Detta cosi può sembrare alquanto egoistica come tappa, ma in altri termini questa sarebbe la fase in cui un uomo, o una donna, trovato finalmente il lavoro che cerca da tempo, vive la propria vita, si gestisce, magari va a vivere da solo, impara pure a conoscersi, accumula tutte quelle esperienze che lo portano definitivamente a diventare Uomo (o Donna): a scanso di equivoci, godersi l’indipendenza e accumulare esperienze non significa vacanze a Las Vegas o infinite serate in discoteca, queste sono esperienze che possono pure esserci ma non sono le più importanti.

Seconda tappa: trovare un lavoro. Forse qui sono inutili le spiegazioni. Le condizioni più favorevoli per trovare un lavoro che ci permetta di vivere in tranquillità sono la preparazione personale nell’ambito in cui si vuole lavorare.

Prima tappa: completamento del percorso di studi. Si dà qui per scontato il percorso diploma-laurea come preparazione verso il lavoro, ma qualora l’ambito lavorativo scelto non preveda il “pezzo di carta” gli anni sui libri possono essere benissimo sostituiti dall’apprendistato e dalla gavetta. Condizione ideale per portare a termine questa prima tappa è una dedizione totale al percorso intrapreso. È noto a tutti che l’accoppiata studio-lavoro è da apprezzare ma sicuramente non è la strada ideale per uno studente: come non sarebbe ideale l’accoppiata studio-famiglia.

Per concludere, dunque, basta andare indietro tappa per tappa e si capisce come lo studio (o apprendistato) è fondamentale per arrivare al lavoro, quest’ultimo è indispensabile per poter poi imparare ad essere indipendente e tutte queste fasi sono basilari per arrivare infine a gestire una famiglia nel miglior modo possibile.

Tutto questo nell’arco di una sola vita. Perché una cosa è certa: la vita non dura due vite.

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Il lavoro rende liberi?

“Che lavoro vuoi fare da grande?”

Questa domanda ci tormenta tutti fin da bambini e continua a tormentarci da più grandi quando siamo noi stessi a porgercela per capire finalmente che direzione dare alla nostra vita.

Lavoro, lavoro, lavoro.

Si aspira ad un lavoro, si combatte per avere un posto di lavoro e si muore, spesso, sul posto di lavoro.

Ma perché mai siamo cosi attaccati alla professione? Verrebbe da dire che la risposta è scontata in quanto il lavoro comporta una remunerazione e una remunerazione significa essere in grado di vivere e prima ancora di sopravvivere, ma forse non è solo per questo.

“Arbeit macht frei” ovvero “Il lavoro rende liberi” era la scritta sui cancelli della maggioranza dei campi di concentramento nazisti e il significato profondo che quelle parole avrebbero stona con l’atroce contesto nel quale si trovavano. Durante le celebrazioni del 25 aprile in una rete ferroviaria di Roma è stata posta la frase tradotta in inglese (Work will make you free) ed è stato scalpore pensando si trattasse dell’opera di alcuni neonazisti. Si è scoperto poi che a porre quella frase era un artista italiano e il gesto non era altro che una provocazione (non da tutti colta). “Il lavoro rende liberi” posto all’entrata di un campo di sterminio dove i deportati sono costretti ai lavori forzati è uno sberleffo verso le lotte per il diritto al lavoro. È una verità che in quei luoghi e in quel periodo nascondeva un’amara menzogna.

Ma se quella frase ha acquisito storicamente un significato negativo, non è negativo il messaggio genuino che essa racchiude. Non è un caso che, ad esempio, proprio la costituzione italiana, di cui oggi tanto si parla, puntualizza subito nel primo articolo che “l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”. Costituzione che è nata proprio subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Non si vuole ora considerare uno dei principi cardine della costituzione come una risposta al “benvenuto” nazista, né si vuole discutere sui motivi ideologici o semplicemente politici che portarono a inserire quel “fondata sul lavoro”, che poi non comporta nessun obbligo da parte dello Stato a garantire un lavoro ai cittadini o ai cittadini stessi a lavorare. Si vuole però sottolineare che porre il lavoro a fondamento della repubblica è un’altra considerevole testimonianza dell’importanza che il lavoro ha per la vita di un cittadino: in nome del lavoro veniva deriso (con la scritta nazista) e in nome del lavoro nasce una repubblica.

Il lavoro, dunque, o la professione (e c’è una gran differenza tra i due concetti) è un diritto, oltre ad un dovere, per l’uomo che grazie al lavoro crea una propria identità e si distingue dagli altri uomini, soprattutto quando il lavoro deriva da una passione o da spiccate capacità personali (come in linea di principio dovrebbe sempre essere), ma soprattutto permette all’individuo di scegliere come vivere il proprio tempo libero che altro non è che la vera e propria vita.

Jean Jeaques Rousseau a riguardo diceva: “Tutti lavoriamo per arrivare al riposo. È la pigrizia a renderci laboriosi”. Che altro non è quel “prima il dovere e poi il piacere” che ci ripetevano una volta le mamme quando al pomeriggio dovevamo finire i compiti prima di correre a giocare.