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Lettera aperta a Francesco Guccini

Caro Francesco Guccini,

intanto scusa se ti diamo del tu, ma non ne possiamo fare a meno, ti abbiamo sempre conosciuto. Per noi, a seconda dell’età, sei un fratello, uno zio, un nonno.

Scusa anche il “noi”, non è plurale maiestatis. Chi scrive è sicuro che questa lettera te la vorrebbero inviare in molti.

Il motivo della lettera lo immaginerai, non saremo i primi a dirtelo. Solo che non ci capacitiamo del fatto che non farai più concerti. Che avresti fatto l’ultimo disco già lo avevamo assimilato, malamente ma lo avevamo assimilato. Ma l’ultimo concerto, no.

Non stiamo a girarci intorno. Ti chiediamo solo di essere conformista per una sola volta. Ti abbiamo sempre apprezzato per la tua coerenza, per la tua schiettezza, per la tua semplicità. Non c’è stato mai bisogno di vederti con giubbotti di pelle, non abbiamo mai voluto un palco con mille effetti speciali, non ci è mai interessato nulla se i tuoi concerti sono iniziati e finiti tutti allo stesso modo. Ci sono bastate le tue canzoni e i tuoi racconti tra una canzone e un’altra.

Ma per una volta, Francesco, fai come avrebbero fatto tutti. Uno solo. Un ultimo concerto. Almeno sappiamo che sarà l’ultimo. Non tutti hanno avuto la fortuna di vederti il 3 dicembre a Bologna e chi ce l’ha avuta non se l’è goduta fino in fondo e sappiamo il perché.

Tu dirai che “non sei più quello e non hai più il coraggio di veleggiare su un vascello morto” e noi lo capiamo. Sappiamo che fare concerti è pesante, sappiamo che dietro c’è un lungo lavoro, sappiamo che gli anni passano e nemmeno la voce è sempre la stessa. Tutto questo lo sappiamo e per questo abbiamo accettato in silenzio l’ultimo struggente album: solo tu potevi fare delle canzoni cosi consapevoli e cosi dure, perfino troppo. Di certo non sei il tipo che và in giro dicendo che ti senti come quando avevi vent’anni.

Ma pensa. Non è un peccato aver scritto un brano come L’ultima Thule e non cantarlo dal vivo? Promettiamo di non chiederti L’avvelenata (certo però che se la facessi…). Non vogliamo niente di diverso, ma solo il nostro classico racconto che inizia con Canzone per un’amica, passa per Amerigo, attraversa Autogrill e arriva fino a La locomotiva (lo sappiamo che è lunga è pesante, ma la cantiamo noi).

Dai Francesco facci un regalo.

Si è sempre parlato di Piazza Maggiore ma ci accontentiamo anche di un garage. Non ti vogliamo mica in piedi, mettiti seduto come ai vecchi tempi.

Abbiamo premesso subito che ti conosciamo ormai da tempo e proprio per questo siamo convinti di non riuscire a convincerti. Si capisce quando un fratello non ha più voglia di giocare insieme a te, quando uno zio si scoccia a raccontarti sempre la stessa storia o quando un nonno è stanco e vuole andare a fare il riposino pomeridiano. Ma non si smette mai di cercare di convincerli i fratelli, gli zii, i nonni. E non ci stancheremo mai di chiederti un ultimo concerto anche se sappiamo che è tutto inutile.

Grazie di tutto.

E… “con voce sognante: ci piaccion le fiabe raccontane altre”.

P.S.

Nel caso ci ripensassi. Non ci lamenteremo nemmeno della scomoda posizione in cui ci hai costretti a stare in tutti i tuoi concerti.

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Ma pensa se le canzonette me le recensisse….

…Roland Barthes? No. Pensa se le canzonette te le recensisse elledielle.

Dopo Francesco De Gregori, ecco la recensione de L’Ultima Thule di Francesco Guccini. L’album per tutto quello che si porta dietro (ovvero tutto Guccini) in realtà non sarebbe “recensibile”.

Sempre da Dietrolequinteonline.it, ecco QUI il link

Sulla strada di De Gregori

https://i1.wp.com/www.nuovecanzoni.com/wp-content/uploads/2012/11/Francesco-De-Gregori.jpgNon manca la buona musica in questo periodo. O meglio, non manca la musica di quelli che la buona musica l’hanno fatta di sicuro in passato e cercano di farla oggi. In altre parole non manca la musica dei grandi cantautori.

Se si fa un salto nei negozi di dischi si trova l’abum di Franco Battiato, l’omaggio a Giorgio Gaber, l’ultimo disco di Francesco De Gregori e l’addio alle scene di Francesco Guccini.

Chi scrive ha recensito Sulla strada di Francesco De Gregori per il sito dietrolequinteonline.it.

Per leggerla cliccare QUI!

 

Se Francesco Guccini fosse giovane oggi

A volte da strani pensieri nascono strane conclusioni. Altre volte nasce un post. Oggi è nato questo “Se fosse…” che forse diventerà una rubrica o forse no,  ma che comunque aveva bisogno di questa piccola presentazione. La strana idea è: e se Francesco Guccini fosse giovane oggi? per giovane intendo nato a fine anni ’80 (o magari inizio ’90)in modo tale da vivere oggi i vent’anni e vedere all’orizzonte i trenta. Ecco cosa ne è uscito fuori

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La scelta di Francesco Guccini è solo apparentemente casuale. In questi giorni si parla di lui data l’imminente uscita di quello che sembra essere il suo ultimo album e in più Guccini può rappresentare il prototipo dei giovani italiani della sua epoca. Non storcete il naso! Rappresenta l’eccellenza di quegli anni nei quali non tutti i giovani passavano il tempo a “far canzoni e bere vino”. La storia, però, spesso generalizza e così come oggi immaginiamo tutti i giovani medievali intenti a pregare e torturarsi con cilicio, tutti i ventenni risorgimentali a organizzare segretamente rivolte, domani i giovani del duemila verranno sicuramente pensati col ciuffo emo e intenti ad ascoltare musica house (ahinoi!). I giovani della generazione di Guccini, invece, li pensiamo con l’eskimo, la barba lunga e pronti a protestare contro il sistema in ogni modo possibile (chi con la musica, chi con i “dieci, cento mille”, chi purtroppo con la violenza). Li immaginiamo Francesco Guccini.

Proprio per questo suo essere dentro il tempo storico in cui è vissuto, unito alla sua innata predisposizione a giocare con le parole e la musica avrebbero fatto di Guccini un rapper, con i jeans larghi e portati sotto il sedere, il cappello con la visiera larga, felpe enormi e pronto a partecipare a quegli scontri a fra rapper e, sicuramente, a stracciare gli avversari.

Se quache gucciniano vecchio stile sta già chiudendo indignato è giusto ricordare che è lo stesso Guccini che più di una volta ha giudicato “interessante” il rap. È lui stesso che canta

 

bisogna saper scegliere in tempo,

non arrivarci per contrarietà:

tu giri adesso con le tette al vento

io ci giravo già vent’anni fa.

A ben vedere un Guccini rapper non sarebbe poi tanto diverso dall’originale (con le dovute differenze epocali). L’influenza della cultura americana sarebbe stata la stessa: il Guccini originale leggeva gli scrittori della beat generation e ascoltava Bob Dylan; il Guccini del duemila avrebbe seguito le gesta dei rapper statunitensi (l’assenza di nomi è solo dovuta all’ignoranza in materia).

La propensione alla compagnia e alla goliardia non sarebbe cambiata. Il vero Guccini girava per le osterie con la chitarra e sfidava il giovane Roberto Benigni al Club Tenco a colpi di ottavine toscane. Il “nuovo” Guccini  sarebbe andato in giro per le strade a sfidare un “nuovo” Roberto Benigni mentre un “nuovo” Juan Carlos Biondini l’avrebbe accompagnato mimando la batteria con le mani vicine alla bocca.

Il Guccini anni ’60 e ’70 beveva vino, quello “attuale” avrebbe bevuto coca-cola o redbull: anche se suonerebbe davvero male “io solo qui alle quattro del mattino, l’angoscia e un po’ di redbull”; o magari “…che danno quell’ipocondria ben nota, poi…la lattina è vuota”.

Una cosa è certa: Guccini sarebbe stato un grande rapper e questo a prescindere che il rap piaccia o meno.

Si sarebbe allontanato da tutti quei rapper con precedenti penali pieni di tatuaggi che alzano gratuitamente il dito medio contro tutto e tutti, come si è allontanato dalle star della sua epoca solo sesso droga & rock’n’roll.

È un po’ triste e meno romantico pensare che L’Ultima Thule non sarebbe stato registrato in un mulino ma magari in un garage. Ma sarebbe meno triste sapere che dopo questo ci sarebbero stati altri album.

Che poi l’avremmo chiamato “Fratellone” invece di “Maestrone” è solo un piccolo dettaglio.

Canzoni da vivere: Incontro

Il suonatore Jones nella canzone dice: “libertà, l’ho vista svegliarsi ogni volta che ho suonato”. Proprio cosi! Quando suoni ti senti libero, la musica ti trasporta in un’altra dimensione capace di farti ridere, di farti intristire, di farti pensare, di farti…vivere.

In un blog però non si suona, ma si scrive, si parla. E qui si parla di tutte quelle canzoni che ascoltarle sembra qualcosa di banale. Quelle canzoni che quando le senti iniziare all’interno di una playlist le cambi subito perchè non sei nello stato d’animo giusto per ascoltalre, sembra quasi di profanarle. Perchè certe canzoni non si ascoltano…si vivono. Da qui, dunque, il nome della rubrica.

Mi auguro di farvi conoscere e soprattutto farvi amare numerose canzoni, ma ancor di più spero in una vostra numerosa partecipazione con notizie su canzoni da me postate e consigli su canzoni da postare.
Prima di iniziare, una doverosa premessa:  qui non vi sono pregiudizi sui gusti musicali di nessuno, se una canzone fa emozionare fa emozionare e basta. Inoltre le canzoni inserite non seguono nessuna logica o nessun criterio preciso, solo il gusto del momento.

Ecco dunque la prima. Incontro di Francesco Guccini, dall’album Radici del 1972.
La canzone è autobiografica e parla di due vecchi amici, un uomo e una donna, che si incontrano dopo tanto tempo, “dieci anni da narrare l’uno all’altro“.

Lo stesso Guccini racconta che la sua amica Betty lo chiamò dicendo di volere raccontargli la sua triste storia, “come in libro scritto male lui s’era ucciso per natale“. In un primo momento fra i due riaffiorano i ricordi della gioventù che poi però lasciano il posto al racconto della donna. Nel testo viene espresso al meglio il suo bisogno di sfogarsi col caro amico che invece ha poco da raccontare: “povera amica che narravi dieci anni in poche frasi ed io i miei in un solo saluto“.

La profonda riflessione di Guccini giunge dal treno che lo allontana da Betty:

E pensavo dondolato dal vagone “cara amica il tempo prende il tempo dà…
noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa…
restano i sogni senza tempo, le impressioni di un momento,
le luci nel buio di case intraviste da un treno:
siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno…