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Il lavoro rende liberi?

“Che lavoro vuoi fare da grande?”

Questa domanda ci tormenta tutti fin da bambini e continua a tormentarci da più grandi quando siamo noi stessi a porgercela per capire finalmente che direzione dare alla nostra vita.

Lavoro, lavoro, lavoro.

Si aspira ad un lavoro, si combatte per avere un posto di lavoro e si muore, spesso, sul posto di lavoro.

Ma perché mai siamo cosi attaccati alla professione? Verrebbe da dire che la risposta è scontata in quanto il lavoro comporta una remunerazione e una remunerazione significa essere in grado di vivere e prima ancora di sopravvivere, ma forse non è solo per questo.

“Arbeit macht frei” ovvero “Il lavoro rende liberi” era la scritta sui cancelli della maggioranza dei campi di concentramento nazisti e il significato profondo che quelle parole avrebbero stona con l’atroce contesto nel quale si trovavano. Durante le celebrazioni del 25 aprile in una rete ferroviaria di Roma è stata posta la frase tradotta in inglese (Work will make you free) ed è stato scalpore pensando si trattasse dell’opera di alcuni neonazisti. Si è scoperto poi che a porre quella frase era un artista italiano e il gesto non era altro che una provocazione (non da tutti colta). “Il lavoro rende liberi” posto all’entrata di un campo di sterminio dove i deportati sono costretti ai lavori forzati è uno sberleffo verso le lotte per il diritto al lavoro. È una verità che in quei luoghi e in quel periodo nascondeva un’amara menzogna.

Ma se quella frase ha acquisito storicamente un significato negativo, non è negativo il messaggio genuino che essa racchiude. Non è un caso che, ad esempio, proprio la costituzione italiana, di cui oggi tanto si parla, puntualizza subito nel primo articolo che “l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”. Costituzione che è nata proprio subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Non si vuole ora considerare uno dei principi cardine della costituzione come una risposta al “benvenuto” nazista, né si vuole discutere sui motivi ideologici o semplicemente politici che portarono a inserire quel “fondata sul lavoro”, che poi non comporta nessun obbligo da parte dello Stato a garantire un lavoro ai cittadini o ai cittadini stessi a lavorare. Si vuole però sottolineare che porre il lavoro a fondamento della repubblica è un’altra considerevole testimonianza dell’importanza che il lavoro ha per la vita di un cittadino: in nome del lavoro veniva deriso (con la scritta nazista) e in nome del lavoro nasce una repubblica.

Il lavoro, dunque, o la professione (e c’è una gran differenza tra i due concetti) è un diritto, oltre ad un dovere, per l’uomo che grazie al lavoro crea una propria identità e si distingue dagli altri uomini, soprattutto quando il lavoro deriva da una passione o da spiccate capacità personali (come in linea di principio dovrebbe sempre essere), ma soprattutto permette all’individuo di scegliere come vivere il proprio tempo libero che altro non è che la vera e propria vita.

Jean Jeaques Rousseau a riguardo diceva: “Tutti lavoriamo per arrivare al riposo. È la pigrizia a renderci laboriosi”. Che altro non è quel “prima il dovere e poi il piacere” che ci ripetevano una volta le mamme quando al pomeriggio dovevamo finire i compiti prima di correre a giocare.

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