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A freddo su Celentano: è libertà d’opinione?

A una settimana di distanza è opportuno fare delle considerazioni sul caso-Celentano. Dopo le riflessioni a caldo sul primo intervento del Molleggiato a Sanremo occorre adesso andare più a fondo e analizzare il monologo di Celentano e le successive polemiche ponendosi la domanda più importante che ne viene fuori: è un esempio di libertà d’opinione o un caso di “censura mascherata”?

Nel libro “Vieni via con me”, che riprende le vicende del noto programma televisivo, Roberto Saviano si sente in dovere di precisare: “L’Italia non è l’Iran di Ahmadinejad o la Cuba di Castro, dove ai miei coetanei non è consentito il libero utilizzo di internet, dove non è concesso a chi vince premi giornalistici internazionali di andarli a ritirare o ad atleti di tornare per l’ultimo saluto a un genitore in fin di vita”. Continua però affermando: “Da noi però il meccanismo censorio è insidioso perché non è immediatamente riconoscibile”. La crociata anti-Celentano perciò rientra in questo caso di “censura non riconoscibile”?

Il caso-Celentano ha molto in comune con “Vieni via con me”. Celentano come Saviano è un personaggio che già al momento dell’invito si sa che scatenerà polemiche. Celentano più di Saviano assicura alla Rai successo di ascolti ed enormi introiti economici dagli sponsor. Celentano come Saviano è impossibile da “censurare”: primo perché non avrebbe accettato l’invito senza totale libertà (e quila Raiavrebbe perso economicamente come detto prima) e secondo perché gode di una tale popolarità che una censura “preventiva” avrebbe scatenato enormi polemiche contro l’azienda.

Celentano però non è Saviano. Saviano è un giornalista, Celentano un artista. Saviano non ha dimestichezza col mezzo televisivo, Celentano sa benissimo come usare la televisione. Saviano racconta basandosi su fatti documentati, Celentano provoca basandosi su opinioni personali.

Saviano è dunque censurabile osteggiando la realizzazione del programma ed è difficile, se non impossibile, attaccarlo sui contenuti. Celentano non può essere ostacolato prima ma può benissimo essere attaccato sui contenuti e sul suo modo di esprimerli.

Fin dal giorno successivo al primo monologo i dirigenti Rai oltre a dissociarsi dalle affermazioni di Celentano si sono vantati del fatto chela Raiha concesso totale libertà di espressione all’artista. All’interno della stessa Rai però sono fioccate numerose polemiche e nessuno, a parte Gianni Morandi (che comunque conla Rainon ha nulla a che fare), si è sforzato di comprendere e di decifrare il monologo traducendolo dal già risaputo “celentanesco”.

Non potendo censurare si passa dunque a discreditare. Godendo lo stesso però dei vantaggi dell’avere Celentano a Sanremo. Tutti in disaccordo ma nessuno ha avuto il coraggio di annullare il secondo intervento nonostante le critiche al primo. Le parole di Celentano sono quelle di un artista solo quando si parla del perchéla Raiabbia concesso piena libertà ma poi se ne discute come se a parlare fosse stato un capo di Stato.

Insomma, il caso-Celentano è il paradosso della censura: si da libertà d’opinione prima per criticare dopo.

Una volta c’era la censura preventiva, oggi c’è la censura successiva.

Tutto ciò al di là che quanto espresso da Celentano sia stato giusto o sbagliato. Chi scrive non giudica i contenuti o le opinioni ma imputa all’artista un solo grave errore di forma: il “deficiente” ad Aldo Grasso era quantomeno evitabile. È inoltre fermamente convinto che da martedì scorso ad oggi Famiglia Cristiana e L’Avvenire e gli stessi articoli di Aldo Grasso abbiano avuto un notevole aumento di vendite per i primi e un incremento di lettori per il secondo.

Forse l’effetto Celentano non ha giovato solo alla Rai.

A caldo su Celentano

Tutto è ammesso ma non si può non ammettere che quest’uomo è ancora il numero uno dello spettacolo italiano.

Ma non solo. Azzardo dicendo che forse è il personaggio italiano più carismatico, in ogni ambito: politica, sport, musica, cinema.

Con Benigni rimani a bocca aperta, con Fiorello ti sganasci dalle risate ma con Celentano sei ipnotizzato.

E’ forse inutile dire che ciò a cui si è assistito pochi minuti fa è già nella storia della televisione. Le canzoni sono state puro spettacolo. I monologhi duri, taglienti e con la giusta dote di ironia e sarcasmo.

“Facciamo finta che sia vero”, l’ultimo brano cantato dal Molleggiato, tratto dall’omonimo album è una gran bella canzone: un bel testo, una musica coinvolgente e un’interpretazione (magari forse non proprio quella di questa sera) strepitosa. La canzone, come del resto tutto l’album, non le manda a dire. Sembra quasi di ritornare indietro e riascoltare i vecchi brani di protesta del Re degli ignoranti: da Un albero di trenta piani a Svalutation, da Il ragazzo della via Gluck Chi non lavora non fa l’amore. Ma solo nei temi, perchè il nuovo album è forse l’album più moderno mai inciso da un 74enne e questo grazie anche alle illustri collaborazioni di Battiato, Jovanotti, Giuliano Sangiorgi e Rafael Gualazzi.

Tornando all’intervento all’Ariston. Facile elogiare Celentano, troppo facile. Perciò ecco l’unica critica.

Troppi temi trattati. Troppi attacchi. Troppo.

Si, il “troppo” è l’unica critica. Forse un troppo dovuto al troppo tempo che Celentano mancava dalle scene, al troppo bisogno di comunicazione, di dire la propria, di farsi sentire. Troppo. L’Avvenire, Famiglia Cristiana, il referendum, Aldo Grasso, la Merkel e Sarkozy.

Il rischio è di imbottigliarsi nel traffico della comunicazione e di fare di tutto un Prisencolinensinainciusol: l’incomunicabile che diventa comunicabile o il comunicabile che diviene incomunicabile. Insomma, qualcosa che solo chi ha il carisma di Celentano può fare.