Categoria: Breve Saggio Breve

Sicilia, tra speranza e disillusione

Si è svolta pochi giorni fa a Catania, presso l’aula magna di Palazzo Centrale, in P.zza Università, la seconda edizione del Premio Letterario Luigi Pirandello, organizzata dall’ERSU con il patrocinio dell’Università di Catania. Il tema che i partecipanti dovevano elaborare era “Il Risorgimento in Pirandello e nella letteratura siciliana da Verga ai nostri giorni”. L’elaborato non doveva superare le 4000 battute spazi inclusi. Alla cerimonia di premiazione ha partecipato l’attore Leo Gullotta che ha letto i due elaborati vincenti.

I miei personali complimenti all’Ersu per questa e altre iniziative degne di lode e soprattutto alle due vincitrici e ai ragazzi che hanno ricevuto una menzione speciale.

Ne approfitto per riportare di seguito il mio elaborato, con l’unico obbiettivo di farlo leggere: per chi scrive non c’è nulla di meglio dell’essere letto.

Sicilia, tra speranza e disillusione

Si parla spesso dell’arretratezza del sud e quindi della Sicilia ma a ben vedere la Sicilia ha da sempre rappresentato l’avanguardia politica e sociale dell’Italia intera. Il Risorgimento è solo uno, forse il più importante, dei processi socio-politici che ha avuto bisogno della Sicilia per propagarsi al resto della nazione. Basta ricordare il recente fenomeno Grillo o la liberazione dal regime nazifascista con lo sbarco degli alleati proprio sull’isola  Lo stesso Mazzini diceva: “Se si muove la Sicilia, si fa l’unità d’Italia”.

Il Risorgimento in Sicilia non poteva certo non essere trattato in letteratura nella quale, però, l’euforia per il nuovo che avanza lascia il posto alla rassegnazione per il fallito cambiamento. Ne I Viceré un esponente della famiglia degli Uzeda esclama esplicitamente: “Quando c’erano i viceré gli Uzeda erano viceré, ora che abbiamo i deputati, lo zio va in Parlamento”. In Libertà di Verga, invece, a parlare è un contadino che al cambiamento ci credeva: “Dove mi conducete? In galera? Oh perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c’era la libertà!”.

Il romanzo di Federico De Roberto e la novella di Verga rappresentano due opposti punti di vista che traggono le stesse conclusioni. Da una parte il trasformismo degli aristocratici che avendo capito l’impossibilità di arrestare il processo unitario lo appoggiano per conservare il potere (seppur in altre forme). Dall’altra il popolo contadino che accoglie “Canibardi” (così i siciliani chiamavano Garibaldi) come un eroe e crede vivamente nella sua promessa di divisione della terra ma che si ritrova tradito nel momento il cui le promesse devono essere mantenute.

La letteratura siciliana denuncia, dunque, il fallimento del Risorgimento e smaschera il piano aristocratico che Tancredi rivela ne Il Gattopardo: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

Se Verga e De Roberto puntano il dito contro la vecchia casta, che è riuscita a mantenere il potere, Luigi Pirandello accusa chi ha partecipato con entusiasmo al processo di unità e si è poi dimostrato incapace di valorizzare l’Italia unita: il fallimento del Risorgimento un po’ come il fallimento del Sessantotto, due grandi mobilitazioni di masse rimaste, ai fatti, incompiute. A farne le spese è chi in questi grandi movimenti rivoluzionari non può non crederci, soprattutto per motivi anagrafici. È il caso di Don Paranza nella novella Lontano che “aveva combattuto per questa cara patria, e s’era rovinato”. A questo riguardo, Pirandello scrive: “una sola, veramente, era stata la bestialità di Don Paranza: quella di aver avuto vent’anni, al Quarantotto. Se ne avesse avuto dieci o cinquanta, non si sarebbe rovinato”.

La delusione risorgimentale la si trova anche in Camilleri. In Un filo di fumo si trova questo breve dialogo:

«Quando Garibaldi sbarcò a Marsala lo sa quanti telai avevamo in finzione qua in Sicilia?».

«No».

«Glielo dico io: circa tremila. E lo sa quanti ne restavano in funzione dopo l’unità?» […] «Meno di duecento, egregio signore».

Un Risorgimento visto, pertanto, come illusione, come abbaglio. L’unità è stata imposta in Sicilia dall’alto e non è stata altro che l’ennesima occupazione degli stranieri, che stavolta erano i piemontesi. L’euforia popolare nei confronti di Garibaldi chiamato anche “zì Peppi”, come ricorda Sciascia ne La morte di Stalin, era solo dovuta alla speranza contadina di migliorare le proprie condizioni sociali, indipendentemente dall’unità d’Italia.

L’On. Consalvo ne I Viceré afferma: “La storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi”. C’è da augurarsi che la fiducia che oggi molti siciliani hanno riposto verso un nuovo “straniero” disceso sull’isola, anch’esso barbuto, anch’esso dispensatore di speranzose promesse, anch’esso voglioso di partire dalla Sicilia per conquistare il resto d’Italia, non venga tristemente tradita.

Annunci

Breve Saggio Breve – Capacità ed esperienza, l’età giusta

Capacità ed esperienza. Prima capacità e poi esperienza. Non solo per una questione alfabetica ma per un’evidente differenza tra i due termini data innanzitutto dalle definizioni che qualunque dizionario riporta.

Capacità: l’idoneità ad essere titolare di diritti ed obblighi.

Esperienza: 1. nozione acquisita in un campo determinato, in seguito a prove e osservazioni empiriche2. in generale, conoscenza della vita e degli uomini.

Di qualsiasi “campo determinato” si parli, dunque, è evidente che prima si è “idonei ad esserne titolare di diritti e obblighi” e poi se ne acquisiscono le nozioni “in seguito a prove e osservazioni empiriche”.

In definitiva, prima si è capaci e poi si acquisisce esperienza.

Non tutti, però, sembrano avere a disposizione un vocabolario per capire il significato dei due termini. Basta fare un giro veloce per i siti di annunci di lavoro per scoprire che, in qualsiasi ambito, la figura più ambita è il “giovane ambosessi di età compresa tra i 20 e i 30 con pregressa esperienza”. Vengono tenuti fuori i giovani senza esperienza, e i “grandi” che l’esperienza dovrebbero già averla acquisita.

Ma qual è l’età giusta in cui capacità ed esperienza si esprimono al massimo? Quell’età in cui la creatività, la brillantezza, l’intuizione propria dei giovani si somma all’esperienza, alla capacità di risolvere problemi, alla competenza che si può acquisire solo sul campo? Ma soprattutto esiste “l’età giusta”?

È la stessa domanda che si pone Victor Hugo in un passo de I Miserabili, quando si chiede se la sconfitta di Waterloo non è altro che conseguenza dell’invecchiamento di Napoleone al quale sarebbe più utile l’incoscienza giovanile che la saggezza senile.

La decadenza fisica evidente di Napoleone si univa a quell’epoca a un certo calo interiore? I vent’anni di guerra avevano consumato la lama al pari del fodero, l’anima come il corpo? Il veterano si faceva fastidiosamente sentire nel capitano? … In una parola, quel genio, come molti storici considerevoli l’hanno creduto, si eclissava? … Diventava frenetico per nascondere a se stesso il proprio indebolimento? Cominciava ad oscillare sotto lo smarrimento di un soffio di avventura? Diventava, cosa grave per un generale, incosciente del pericolo? In quella classe dei grandi uomini materiali che si possono chiamare i giganti dell’azione, c’è un’età per la miopia del genio? La vecchiaia non ha presa sui geni per l’ideale; per i Dante, per i Michelangelo, invecchiare è progredire; per gli Annibale, per i Bonaparte è forse decrescere? Napoleone aveva forse perduto il senso retto della vittoria? Era giunto a tal punto da non riconoscere più lo scoglio, da non indovinare più l’agguato, da non discernere più l’orlo degli abissi? Mancava della previsione delle catastrofi? Lui che un tempo conosceva tutte le strade del trionfo e che dall’alto del suo carro luminoso le indicava con dito sovrano, aveva ora quello stordimento sinistro di condurre a precipizio il suo tumultuoso tiro di legioni? Era affetto, a quarantasei anni, da una pazzia suprema? Quel titanico cocchiere del destino non era più che un immenso rompicollo?

Tralasciando l’effettiva età di Napoleone (oggi un quarantaseienne ha da poco messo da parte i giocattoli), il fulcro della questione è se con l’età si migliora o invece si peggiora.

Si dice che l’Italia è un paese vecchio, dai politici ai dirigenti delle grandi aziende, dai direttori di giornale fino a calciatori e cantanti. Facendo un rapido confronto con gli altri paesi, risultiamo di gran lunga i più anziani. Traendo le somme dalle parole di Hugo prendiamo come esempio della nostra analisi la “classe dirigente”, i Napoleone del terzo millennio.

Dando per scontato che la classe dirigente attuale non è da far appartenere ne ai “grandi dell’azione” ne ai “geni dell’ideale” ma ad una via di mezzo delle due (e forze si è anche troppo generosi), è opportuno chiedersi se l’intersezione dei due insiemi porti al risultato massimo o minimo. Ovvero, la classe dirigente unisce le capacità giovanile degli Annibale e dei Bonaparte e la consapevolezza senile dei Dante e dei Michelangelo? Oppure risulta troppo inesperiente da giovane e troppo vecchia da “grande”, e quindi può godere solo di un periodo di mezzo di massimo splendore?

A tutto questo non si può certo dare una risposta. È più che un discorso generale si dovrebbe forse affrontare un ragionamento sul caso particolare.

Ma una cosa è certa. E per capirla c’è solo bisogno di un dizionario. Un uomo capace col tempo matura esperienza. Lo stesso può fare l’incapace, che però col tempo non può maturare la capacità.

Capacità ed esperienza. Prima capacità e poi esperienza. Non solo per una questione alfabetica.

Breve Saggio Breve: “La vita non dura due vite”

Da oggi nasce una nuova rubrica all’interno del blog. Una rubrica che segue da vicino l’obbiettivo di questo portale, ovvero quello di “riavere” indietro attraverso le parole, i pensieri, le opinioni ciò che il mondo ci deve. “Il mondo mi deve alcune cose. Ecco tutto”, il blog parte da questa frase pronunciata da un personaggio di Kerouac e da quella frase continua a prendere spunto.

Breve Saggio Breve vuole essere appunto una raccolta di saggi: il doppio “breve” vale sia per la lunghezza dei saggi, sia per la tipologia (saggi brevi appunto). 

Magari vi starete chiedendo o vi chiederete (ma comunque ve lo dico lo stesso) da cosa si distingue il contenuto della rubrica rispetto al resto del blog. Se tutti gli altri post nascono da spunti di riflessione su argomenti di opinione pubblica, nella rubrica ci saranno spunti di riflessione più personali che non hanno alcun legame con l’attualità, sia essa di cronaca, sportiva, musicale, ecc…

Ecco, dunque, il primo numero di “Breve Saggio Breve”.

 

 

La vita non dura due vite. L’autore dell’aforisma non è un filosofo, non è un poeta, non è una scrittrice, non è un cantautore. E il contesto in cui è detto non è una lezione universitaria, una conferenza, un dibattito culturale. È una frase pronunciata da un’amica (tra l’altro non nuova a queste perle di saggezza) in una normale serata di fine estate. Ma è una di quelle frasi che ti rimangono in testa e ti fanno pure pensare.

L’argomento è: l’età giusta per metter su famiglia considerando i tempi di studio, di ricerca di lavoro e di maturità raggiunta per una scelta cosi importante. Il discorso, dunque, non è per niente originale. La conclusione invece sì.

“La vita non dura due vite”. Senza dubbio e senza esagerare la frase è di una potenza comunicativa unica: l’avesse detta Jim Morrison o Pablo Neruda sarebbe uno degli aforismi più citati. È ancora più efficace dei versi di Petrarca, “la vita fugge e non s’arresta un’ora”, o delle parole di Seneca, “la vita è breve, evitiamo dunque programmi troppo estesi”.

Ma è vero quello che esprime? Specialmente nel contesto in cui è stata pronunciata?

Che la vita è breve e il tempo vola lo sappiamo tutti. Ma oggi è possibile completare il percorso di studi scelto, trovarsi un lavoro, godersi finalmente l’indipendenza prima di fare il passo decisivo di creare una famiglia? E tutto questo nell’arco di una vita, non di due.

Partiamo dal presupposto che la famiglia è possibile crearla anche prima di aver completato gli studi, o che gli studi si possono pure non iniziare affatto: insomma che ognuna delle tappe dette sopra è soggettiva. Detto questo non v’è dubbio però che, volendo, quelle sono delle tappe assolutamente percorribili.

Partiamo dall’ultima: mettere su famiglia. Consideriamola come cosa a sé, indipendentemente dalle altre tappe, e valutiamo quali sono le condizioni ideali per far si che un uomo e una donna decidano di creare un nucleo familiare. Innanzi tutto bisogna che i due abbiano la giusta maturità per compiere un passo cosi importante che prevede, in un prossimo futuro, anche la responsabilità di diventare genitori. Secondariamente da quel momento in poi l’uomo e la donna devono (o dovrebbero) ragionare uno in funzione dell’altro: se da single o da fidanzati si deve rispondere quasi esclusivamente solo a se stessi e il parere degli altri rimane solo un parere, da sposato, o convivente (sul significato di famiglia magari se ne parlerà un’altra volta), l’opinione dell’altro diventa decisiva e può portare anche a rinunce, e quindi oltre alla maturità e indispensabile pure una buona dose di disposizione al sacrificio personale per il bene del gruppo-famiglia. Infine, sarebbe opportuna la tanto desiderata “sicurezza economica”: magari non un ingrediente fondamentale per formare una famiglia ma un condimento che rende più gustoso il piatto.

Andiamo alla tappa più discussa: godersi l’indipendenza. Detta cosi può sembrare alquanto egoistica come tappa, ma in altri termini questa sarebbe la fase in cui un uomo, o una donna, trovato finalmente il lavoro che cerca da tempo, vive la propria vita, si gestisce, magari va a vivere da solo, impara pure a conoscersi, accumula tutte quelle esperienze che lo portano definitivamente a diventare Uomo (o Donna): a scanso di equivoci, godersi l’indipendenza e accumulare esperienze non significa vacanze a Las Vegas o infinite serate in discoteca, queste sono esperienze che possono pure esserci ma non sono le più importanti.

Seconda tappa: trovare un lavoro. Forse qui sono inutili le spiegazioni. Le condizioni più favorevoli per trovare un lavoro che ci permetta di vivere in tranquillità sono la preparazione personale nell’ambito in cui si vuole lavorare.

Prima tappa: completamento del percorso di studi. Si dà qui per scontato il percorso diploma-laurea come preparazione verso il lavoro, ma qualora l’ambito lavorativo scelto non preveda il “pezzo di carta” gli anni sui libri possono essere benissimo sostituiti dall’apprendistato e dalla gavetta. Condizione ideale per portare a termine questa prima tappa è una dedizione totale al percorso intrapreso. È noto a tutti che l’accoppiata studio-lavoro è da apprezzare ma sicuramente non è la strada ideale per uno studente: come non sarebbe ideale l’accoppiata studio-famiglia.

Per concludere, dunque, basta andare indietro tappa per tappa e si capisce come lo studio (o apprendistato) è fondamentale per arrivare al lavoro, quest’ultimo è indispensabile per poter poi imparare ad essere indipendente e tutte queste fasi sono basilari per arrivare infine a gestire una famiglia nel miglior modo possibile.

Tutto questo nell’arco di una sola vita. Perché una cosa è certa: la vita non dura due vite.