Breve Saggio Breve – Capacità ed esperienza, l’età giusta

Capacità ed esperienza. Prima capacità e poi esperienza. Non solo per una questione alfabetica ma per un’evidente differenza tra i due termini data innanzitutto dalle definizioni che qualunque dizionario riporta.

Capacità: l’idoneità ad essere titolare di diritti ed obblighi.

Esperienza: 1. nozione acquisita in un campo determinato, in seguito a prove e osservazioni empiriche2. in generale, conoscenza della vita e degli uomini.

Di qualsiasi “campo determinato” si parli, dunque, è evidente che prima si è “idonei ad esserne titolare di diritti e obblighi” e poi se ne acquisiscono le nozioni “in seguito a prove e osservazioni empiriche”.

In definitiva, prima si è capaci e poi si acquisisce esperienza.

Non tutti, però, sembrano avere a disposizione un vocabolario per capire il significato dei due termini. Basta fare un giro veloce per i siti di annunci di lavoro per scoprire che, in qualsiasi ambito, la figura più ambita è il “giovane ambosessi di età compresa tra i 20 e i 30 con pregressa esperienza”. Vengono tenuti fuori i giovani senza esperienza, e i “grandi” che l’esperienza dovrebbero già averla acquisita.

Ma qual è l’età giusta in cui capacità ed esperienza si esprimono al massimo? Quell’età in cui la creatività, la brillantezza, l’intuizione propria dei giovani si somma all’esperienza, alla capacità di risolvere problemi, alla competenza che si può acquisire solo sul campo? Ma soprattutto esiste “l’età giusta”?

È la stessa domanda che si pone Victor Hugo in un passo de I Miserabili, quando si chiede se la sconfitta di Waterloo non è altro che conseguenza dell’invecchiamento di Napoleone al quale sarebbe più utile l’incoscienza giovanile che la saggezza senile.

La decadenza fisica evidente di Napoleone si univa a quell’epoca a un certo calo interiore? I vent’anni di guerra avevano consumato la lama al pari del fodero, l’anima come il corpo? Il veterano si faceva fastidiosamente sentire nel capitano? … In una parola, quel genio, come molti storici considerevoli l’hanno creduto, si eclissava? … Diventava frenetico per nascondere a se stesso il proprio indebolimento? Cominciava ad oscillare sotto lo smarrimento di un soffio di avventura? Diventava, cosa grave per un generale, incosciente del pericolo? In quella classe dei grandi uomini materiali che si possono chiamare i giganti dell’azione, c’è un’età per la miopia del genio? La vecchiaia non ha presa sui geni per l’ideale; per i Dante, per i Michelangelo, invecchiare è progredire; per gli Annibale, per i Bonaparte è forse decrescere? Napoleone aveva forse perduto il senso retto della vittoria? Era giunto a tal punto da non riconoscere più lo scoglio, da non indovinare più l’agguato, da non discernere più l’orlo degli abissi? Mancava della previsione delle catastrofi? Lui che un tempo conosceva tutte le strade del trionfo e che dall’alto del suo carro luminoso le indicava con dito sovrano, aveva ora quello stordimento sinistro di condurre a precipizio il suo tumultuoso tiro di legioni? Era affetto, a quarantasei anni, da una pazzia suprema? Quel titanico cocchiere del destino non era più che un immenso rompicollo?

Tralasciando l’effettiva età di Napoleone (oggi un quarantaseienne ha da poco messo da parte i giocattoli), il fulcro della questione è se con l’età si migliora o invece si peggiora.

Si dice che l’Italia è un paese vecchio, dai politici ai dirigenti delle grandi aziende, dai direttori di giornale fino a calciatori e cantanti. Facendo un rapido confronto con gli altri paesi, risultiamo di gran lunga i più anziani. Traendo le somme dalle parole di Hugo prendiamo come esempio della nostra analisi la “classe dirigente”, i Napoleone del terzo millennio.

Dando per scontato che la classe dirigente attuale non è da far appartenere ne ai “grandi dell’azione” ne ai “geni dell’ideale” ma ad una via di mezzo delle due (e forze si è anche troppo generosi), è opportuno chiedersi se l’intersezione dei due insiemi porti al risultato massimo o minimo. Ovvero, la classe dirigente unisce le capacità giovanile degli Annibale e dei Bonaparte e la consapevolezza senile dei Dante e dei Michelangelo? Oppure risulta troppo inesperiente da giovane e troppo vecchia da “grande”, e quindi può godere solo di un periodo di mezzo di massimo splendore?

A tutto questo non si può certo dare una risposta. È più che un discorso generale si dovrebbe forse affrontare un ragionamento sul caso particolare.

Ma una cosa è certa. E per capirla c’è solo bisogno di un dizionario. Un uomo capace col tempo matura esperienza. Lo stesso può fare l’incapace, che però col tempo non può maturare la capacità.

Capacità ed esperienza. Prima capacità e poi esperienza. Non solo per una questione alfabetica.

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