Quasi amici, un quasi capolavoro

Si è scritto, letto, parlato molto bene di “Quasi amici”, in film di Olivier Nakache e Eric Toledano.

Complimenti da ogni dove, candidature e riconoscimenti dai Premi Cèsar e Lumière, secondo film di maggior successo francese di tutti i tempi. Tutto meritato.

Una storia ben raccontata che mette in risalto il meglio del rapporto tra un tetraplegico ed il suo “badante” dallo spirito libero, tra Philppe e Driss.

Philippe è un ricco parigino che ha vissuto una vita difficile: prima la morte della moglie, poi l’incidente che lo rende paralizzato dal collo in giù. Driss è un immigrato che fa i conti con un’esistenza difficile: uno “spirito libero” più per obbligo che per scelta, costretto a vivere di assistenza e colpevole in passato perfino di rapina a mano armata.

Il resto viene da se. Lui che si presenta ad un colloquio di lavoro come aiuto domestico di Philippe solo col pretesto di ricevere il sussidio. L’altro che, colpito dalla sfacciataggine del ragazzo, gli da inspiegabilmente fiducia. Lui che conquista col suo modo di fare l’entourage dell’uomo. L’altro che finalmente riprende a vivere una vita piena di emozioni.

Un film che tocca argomenti delicati ma lo fa senza mai perdere l’ironia. Tralasciando l’aspetto pietoso della malattia per mettere a fuoco lo sguardo su quello positivo, sulla voglia di vivere di Philippe e sulla spontaneità di Driss.

Bella la storia. Bella la sceneggiatura. Belle le musiche. Ottime le interpretazioni. Ma quanto c’è di reale?

E’ tratto da una storia vera, vero. Ma paradossalmente risulta essere non così reale.

Nulla e nessuno da accusare. Rispetto per gli autori e per i veri protagonisti a cui la storia è ispirata. Ma la straordinarietà della storia “vera” al cinema risulta essere una “favola”.

La riflessione è un po’ populista, ma la domanda è legittima: Philippe guarda con ottimismo e un po’ di follia alla vita, ma non è molto aiutato, forse, dal fatto che può contare su un patrimonio pressoché illimitato? Molte persone affette da malattie anche meno gravi di quella di Philippe non possono nemmeno permettersi un Driss, non pensano nemmeno di fare un volo con un aereo privato, non spendono 30.000 dollari per un quadro incomprensibile.

Per tutto questo “Quasi amici” risulta essere un “quasi capolavoro”.

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  1. sommobuta

    Ottimo post, davvero.

    “Philippe guarda con ottimismo e un po’ di follia alla vita, ma non è molto aiutato, forse, dal fatto che può contare su un patrimonio pressoché illimitato?”

    Domanda interessante (così come il resto dell’ultimo paragrafo). Quello che dici non fa una grinza. Però ribalto la domanda: secondo te, anche nella vita reale, se un riccastro ha un incidente del genere, preferirebbe rimanere nella condizione in cui è, oppure se potesse scambierebbe tutti i suoi soldi per ritornare “normale”?

    • elledielle

      Grazie!
      Certo non c’è dubbio. Ma infatti non critico ne il Philippe reale ne lo sfruttare i propri soldi per tornare “normale” come dici tu. E’ legittimo e non voglio colpevolizzare l’essere ricchi.
      Però le scene in cui Philippe si gode la vita sono quelle in cui va a fare parapendio, quando siede accanto a Driss col macchinone, quando fa il giro con l’aereo privato. E’ anche vero che magari è una scelta degli autori per mettere in risalto le differenza tra i due “quasi amici”.
      Ma mi sarebbe piaciuta qualche scena di Philippe che si gode una serata a casa a chiacchierare spensieratamente con la figlia (tanto per dirne una, non ho ambizioni da regista o sceneggiatore). Vederlo insomma godere dei piccoli piaceri della vita, quei piaceri che tutti possono permettersi.
      Detto questo devo dire che il film è piaciuto molto anche a me, firmerei per andare al cinema e ogni volta vedere dei “quasi capolavori”

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